Settembre 2019 Settembre 2019 GENOVA MEDICA SETTEMBRE 2019

Franco Bistolfi
Primario Emerito di Radioterapia Ospedale Galliera

Si legge, di tanto in tanto, che il buon rapporto tra Medico e paziente è andato deteriorandosi a causa di una Medicina sempre più burocratizzata e tecnicizzata. Se ciò fosse vero - ed io non credo sia del tutto vero - sarebbe una iattura, giacché si tratta di un fattore già in se stesso terapeutico: oggi come ieri, in Radioterapia Oncologica come in ogni altra specialità medica e chirurgica. Un buon rapporto tra medico e paziente non ha, infatti, soltanto ricadute positive squisitamente psicologiche (riduzione dell’ansia, fiducia nel Medico e nelle cure, anche se fastidiose quando non dolorose), ma anche psicosomatiche: alludo agli stimoli positivi portati da un rapporto di fiducia sul cosiddetto sistema neuroendocrinoimmunologico, che di certo presiede anche alle difese contro la malattia neoplastica. Difese che diventano particolarmente importanti quando un tumore, correttamente irradiato, si trovi nella fase di regressione post radioterapia ed il paziente debba transire dalla classificazione statistica di “complete responder” alla condizione di “cured”. 
In Radioterapia il problema ha una particolare valenza, giacché questo grande ramo della terapia oncologica sta evolvendo verso un tecnicismo esasperato, nel tentativo di renderla sempre più simile alla chirurgia. C’è il rischio tuttavia di trasformare il Medico Radioterapista in un supertecnico, a lungo impegnato davanti ad una consolle di integrazione fra piano di trattamento e immagini radiologiche (TAC, RM, PET), ma - forse - con meno tempo a disposizione per il contatto con la persona cui le immagini appartengono. 
In questo ambito rientra anche il dover ottenere una firma di consenso informato agli atti medici: misura “difensiva” e necessaria, che non può prescindere dal modo in cui viene formulata l’informativa al malato. C’è bisogno di un colloquio lungo ed approfondito, o addirittura più colloqui, le cui occasioni in Radioterapia difettano, data la lunga fase preparatoria alla terapia vera e propria. 
Per i primi 40 anni di professione ho sempre informato i miei pazienti su ciò che dovevano sapere circa la loro situazione, tenendo conto però di ciò che la loro struttura psicologica e culturale poteva tollerare senza farli crollare nella disperazione. 
Dal 2001 (cioè da quando fu introdotta la regola secondo la convenzione di Oviedo, recepita da tutti gli Stati dell’UE e ratificata dal Parlamento Italiano il 28/3/2011 con la L. 145) abbiamo cercato di adempiere e tutelare questo diritto del cittadino con più colloqui, cercando di mettere in secondo piano gli aspetti freddamente burocratici degli stampati uguali per tutti. Più volte ci siamo sentiti dire “Grazie di avermi parlato con chiarezza; prima non capivo bene e non ero affatto tranquillo/a”
Per instaurare un buon rapporto in Radioterapia possiamo avvalerci anche di piccoli accorgimenti, che penetrano come un nettare benefico nella psiche del malato e quindi nei suoi meccanismi psicosomatici. Accorgendoci ad esempio che una paziente, presentandosi al controllo dopo 6 mesi, ha cambiato pettinatura, le dimostriamo indirettamente di ricordarla bene come paziente e come persona. Un altro stratagemma, facile ed efficacissimo, è quello di programmare con largo anticipo le visite di controllo post trattamento: ad es. la prima dopo 2-3 mesi, ma poi a 6 e quindi di anno in anno. Tutto ciò si traduce per il malato in una lunga speranza di vita e di guarigione, obiettivo oggi raggiungibile in molti casi. Ma anche in ciò, il Radioterapista dovrà saper modulare le scadenze dei controlli in base alla patologia oncologica e alla sua effettiva prognosi, sempre incoraggiando e mai ingannando il malato e la sua famiglia. 
In taluni casi può ravvisarsi la necessità di dare alla cura la maggior riservatezza possibile, come quando il paziente è un Medico o comunque persona nota: in questi casi non resta che giocare sugli orari di accesso ai reparti, con appuntamenti nelle ore meno affollate, se non addirittura fuori orario di lavoro. 
Mai comunque può mancare la massima attenzione per i particolari: se la terapia può comportare depilazione definitiva al volto, il paziente maschio deve essere avvisato anche del potenziale danno estetico e prese tutte le precauzioni per renderla il meno evidente possibile. 
Acquisire un consenso informato in questo modo significa rientrare nel concetto di considerare il paziente come persona e non soltanto come un caso clinico; oltre ad apprezzare l’impegno, la competenza e l’efficacia delle prestazioni, il paziente è sensibile alla cortesia e all’umanità del personale medico e paramedico, a sua volta facilitato nel compito. Tutto questo ho potuto constatare personalmente, nella mia lunga carriera, attraverso i messaggi dei pazienti anche in caso di esito infausto, il cui senso vorrei trasmettere agli Specializzandi ed ai giovani Radioterapisti. Essi stessi si accorgeranno di quanto importante sia la qualità del loro approccio al malato e sperimenteranno la gratitudine del paziente, nonostante effetti collaterali e sequele: queste ultime saranno accettate dal malato come componenti difficilmente evitabili della cura soltanto se l’informazione preliminare sia stata chiara, esauriente, comunicata con tatto, improntata ad empatia e cortesia non come il frettoloso disbrigo di una pratica burocratica. 
In caso contrario, l’evento reattivo potrebbe spingere il paziente a sospettare e quindi convincersi di non essere stato curato a dovere, o - peggio - di essere stato danneggiato, con le tristi conseguenze che tutti sappiamo.


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