maggio 2019 maggio 2019 GENOVA MEDICA MAGGIO 2019

Stefano Alice 
Medico di Medicina Generale Commissione Codice Deontologico OMCeOGE

C’è qualcosa che riduce così tanto il dolore post operatorio da dimezzare la dose di morfina necessaria per controllarlo e diminuire del 30% la probabilità di un ritorno dei pazienti in Pronto Soccorso. E ancora: prolunga del 30% la sopravvivenza di malati terminali di cancro polmonare; limita la mortalità cardiaca nei pazienti a rischio, più di quanto non faccia l’assunzione di acido acetilsalicilico o smettere di fumare; evita ai diabetici il 42% degli accessi d’urgenza in ospedale; migliora l’esito delle cure ai traumatizzati; potenzia le difese immunitarie; accresce del 62% il rispetto delle terapie. Non c’è che dire: grande efficienza e grandi risultati. 
Dopo averne letti gli effetti, probabilmente molti si staranno chiedendo qual è il farmaco magico che produce simili risultati, sapendo inoltre che tutti questi benefici comportano anche una riduzione dei costi del 30%. Che cos’è, dunque, in grado di incidere così tanto sulla salute e di cambiare le cose in meglio sino a questo punto? 
La risposta è la compassione o, meglio, i medici compassionevoli. Probabilmente ora perderemo alcuni tipi di lettori. Rischiamo l’abbandono da parte di quelli che confondono la compassione con la commiserazione sprezzante. Soprattutto interromperanno la lettura due categorie di persone. La prima categoria è costituita da tutti quei medici che ritengono che il loro dovere sia essere tecnicamente competenti ed aggiornati e che non si abbia il diritto di chiedere loro nulla di più, se non un minimo di buona educazione; tra questi c’è chi afferma che la compassione è una componente nonnecessaria, che oltretutto mette sia i medici che gli infermieri a rischio di depressione. L’esponente più noto di questa linea di pensiero si chiama Anna Smajdor, ed è docente di bioetica all’Università dell’East Anglia. 
La seconda categoria è composta da tutti coloro i quali, pur considerando la compassione importante, credono che si tratti esclusivamente di una qualità naturale. Che può essere, al più, accresciuta da qualche toccante esperienza esistenziale, comunque impossibile da comprare in farmacia, difficile da gestire, misurare, controllare e soprattutto da insegnare. Cominciamo col dire che le prove che la compassione fa bene ai pazienti e riduce i costi di cura sono state raccolte e messe a disposizione da un medico, Robin Youngson, anestesista, nato e formatosi nel Regno Unito, che lavora da molti anni in Nuova Zelanda. Chi desidera approfondire l’argomento può visitare il suo sito, heartsinhealthcare.com, dedicato a documentare l’importanza della relazione paziente-medico per una nuova umanizzazione dell’assistenza sanitaria. 
Non è di certo un esperto anestesista a sottovalutare l’importanza degli aspetti tecnici. Tanto più perché, prima di dedicarsi alla medicina, ha conseguito una laurea in ingegneria all’Università di Cambridge. Un altro aspetto importante è che il concetto di medico compassionevole è meno complesso e meno vago di quello che potrebbe sembrare. Ad ottenere risultati così buoni, sono i medici che rientrano in una di queste due categorie: quelli giudicati dai loro pazienti dotati di un alto livello di empatia o quelli che hanno seguito, con profitto, corsi sulla comunicazione medico-paziente, perchè, anche se pare strano, le tecniche per comunicare in maniera efficace possono essere insegnate. Inoltre è possibile aiutare i medici a divenire consapevoli della capacità di compassione che è in loro, a saperla riconoscere, a trarne ispirazione, a lasciare che influenzi e stimoli le nostre azioni. Insomma la compassione può essere sviluppata. Il professor Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ha rilevato come rispetto a vent’anni fa gli studenti universitari di medicina abbiano visto ridurre la propria capacità di stabilire un rapporto empatico con i pazienti del 40%. 
Non stiamo, dunque, parlando di generica bontà d’animo, di retorica a tratti paternalista ed un po’ romantica. Stiamo parlando di un fattore, che se anche per l’efficienza delle cure non fosse indispensabile, darebbe comunque un contributo al loro successo, rendendolo più probabile e, in più, facendo diminuire i costi.

 I NUMERI 
50% 
Il taglio nell’uso di morfina dopo un’operazione con un medico empatico 
30% 
L’incremento della sopravvivenza dei malati terminali di cancro polmonare 
62% 
L’aumento del rispetto delle terapie prescritte da parte del paziente 
30% 
La riduzione dei costi per la sanità se il medico è compassionevole


Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per maggiori informazioni leggi la nostra: privacy policy.

Accetto i cookies di questo sito.